Conoscevo Mazara del Vallo solo per i suoi famosissimi gamberi rossi, e nient’altro.
Avevamo scelto questa
destinazione non per un interesse particolare ma semplicemente perché era un
punto di appoggio intermedio tra Agrigento e San Vito Lo Capo.
Arrivati al b&b ci trovammo davanti a un palazzo a sei piani. Citofonammo,
ma non ci rispose nessuno. Riprovai, niente. Guardai sul sito e verificai che
avevamo indicato come orario di arrivo le 19. Ricitofonai. Silenzio. Decisi
allora di chiamare il numero del proprietario.
“Buongiorno, sono Castronuovo, sono davanti al b&b ma non ci risponde nessuno.”
“Salve! Si, non sono in città in questi giorni non si preoccupi, le apro subito - sentimmo il portone aprirsi elettronicamente – lì alla vostra sinistra c’è una cassetta di legno, apritela, dentro dovrebbe esserci la chiave “Lilla”, trovata?”
“Si” Risposi.
“Ecco bene, la stanza è al sesto piano. Quando siete davanti alla porta richiamatemi, ok?”
Prendemmo l’ascensore e salimmo. Trovammo la porta della stanza, infilai la chiave, ma girava a vuoto. La porta non si apriva. Richiamai il responsabile dell’alloggio.
“Salve, siamo davanti alla stanza “Lilla”, ma la porta non si apre.”
“Perfetto, adesso ci penso io – sentimmo come uno scatto all’interno della porta – ok, provate ora”
La chiave ora funzionava. Aprii la porta ed entrammo.
“Allora ragazzi, la colazione domani verrà servita dalle 8 in poi al secondo piano, ci saranno delle signore ad assistervi per qualsiasi esigenza, se ci sono problemi chiedete pure a loro. Vi auguro una buona permanenza. Benvenuti a Mazara, sono sicuro che vi piacerà.”
“Buongiorno, sono Castronuovo, sono davanti al b&b ma non ci risponde nessuno.”
“Salve! Si, non sono in città in questi giorni non si preoccupi, le apro subito - sentimmo il portone aprirsi elettronicamente – lì alla vostra sinistra c’è una cassetta di legno, apritela, dentro dovrebbe esserci la chiave “Lilla”, trovata?”
“Si” Risposi.
“Ecco bene, la stanza è al sesto piano. Quando siete davanti alla porta richiamatemi, ok?”
Prendemmo l’ascensore e salimmo. Trovammo la porta della stanza, infilai la chiave, ma girava a vuoto. La porta non si apriva. Richiamai il responsabile dell’alloggio.
“Salve, siamo davanti alla stanza “Lilla”, ma la porta non si apre.”
“Perfetto, adesso ci penso io – sentimmo come uno scatto all’interno della porta – ok, provate ora”
La chiave ora funzionava. Aprii la porta ed entrammo.
“Allora ragazzi, la colazione domani verrà servita dalle 8 in poi al secondo piano, ci saranno delle signore ad assistervi per qualsiasi esigenza, se ci sono problemi chiedete pure a loro. Vi auguro una buona permanenza. Benvenuti a Mazara, sono sicuro che vi piacerà.”
Guardai Laura: “Ma dove siamo finiti? Chiavi ad apertura magnetica, serrature controllate da remoto, telecamere all'ingresso, io faccio il figo perché accendo una lampadina con Google Home, e qui gestiscono un b&b dal cellulare. Non ci credo.”
I mobili della stanza erano datati, ma il bagno era stupendo, piastrellato con le maioliche siciliane, rendeva quell’angolo elegante ed esotico allo stesso tempo. Uscimmo sul balcone, avevamo la vista su tutti i tetti della città. Sembrava un mix strano di architettura algerina, irachena e barocca. Ero già ammaliato da quel paese, e ancora non l’avevo visto.
Il centro era a pochi passi dal nostro alloggio, e camminando per le vie venni rapito dalla bellezza di Mazara. Sembrava di essere in Tunisia
o in Marocco, ma per certi sensi anche in Turchia e in Spagna. Eravamo passati dall’antica Grecia di Agrigento al nord Africa in un paio di
ore di auto, era stupendo. Ero come un bambino portato per la prima volta a
Gardaland, in quella fase di stupore mista a felicità. Volevo vedere tutto di
Mazara, ma prima dovevamo cenare.
Decidemmo che quella sera avremmo fatto un giro veloce, per dedicarci la sera seguente a un tour completo, sfruttando la luce del tramonto.
Decidemmo che quella sera avremmo fatto un giro veloce, per dedicarci la sera seguente a un tour completo, sfruttando la luce del tramonto.
Scoprimmo che il centro antico di Mazara
viene chiamato “Kasbah”, proprio come nei paesi mussulmani, rappresenta la
fortezza, il posto più inespugnabile della città. In questo caso la kasbah era
formata da un labirinto di strette e tortuose viuzze che si intersecavano tra
di loro. Avete presente il cartone Disney di Aladino? Ecco, pensate a una cosa
simile. La fortezza del centro storico di Mazara era il centro stesso, il suo nucleo, la sua essenza.
L’unione
tra la comunità islamica, ebraica e quella cristiana è così forte da non riuscire a
distinguere dove inizia una e finisce l’altra. Non ci sono divisioni, ghetti,
zone delineate, solo persone di diverso credo che vivono insieme, nella stessa
città. Ancora una volta, come nella Valle dei Templi, mi guardavo intorno e mi
chiedevo perché tutto questo non venisse usato come esempio quando parliamo di
porti chiusi, muri ai confini, casa nostra, casa loro.
Il giorno seguente, a colazione, conoscemmo le addette del b&b e, come sempre chiedemmo qualche consiglio.
“Bellissimo il giro che state facendo – risposero - ma come fate a saltare Favignana? Siete proprio sicuri? Pensateci, è da visitare assolutamente! - insistettero più volte - Erice è un gioiellino, e già che andate lì fermatevi alle saline di Trapani, così vedete i fenicotteri, altro che Miami Vice! Il mare di San Vito è il più bello, qui non è tanto bella la spiaggia e il mare è freddino, ma al nord è limpido e caldo. E poi dove andate? Ah a Palermo! – detto mal camuffando una risatina sarcastica – Palermo è stupenda, la Cattedrale è un’opera d’arte. Il problema di Palermo… niente, il problema di Palermo sono i palermitani! Ci sono i siciliani, e poi ci sono i palermitani, che sono una cosa a parte. Brave persone, per carità, ma non sono veri siciliani, sono diversi. Il palermitano lo riconosci subito, o lo odi o lo ami, non ci sono mezze misure, a me stanno simpaticissimi, ma non è così per tutti, ad esempio la collega che sta preparando i caffè non li può sopportare...”
Quando fummo in auto in direzione della spiaggia commentammo queste parole con Laura. Ci incuriosirono molto perchè ci ricordammo che anche a Messina ci avevano parlato dei palermitani in modo differente, quasi a prenderne le distanze. Ancora pochi giorni e avremmo scoperto quale versione fosse veritiera.
Effettivamente le spiagge non erano bellissime, erano lunghe e molto strette, sabbia quasi bianca, mare abbastanza freddo, almeno per tutta la mattina. Piazzammo gli ombrelloni, ma dopo non molto ci trovammo circondati da altre persone, molto, troppo vicine a noi.
Gli spazi erano ridotti al minimo,
tutt’altra sensazione rispetto a Giallonardo. Stavo iniziando a innervosirmi e
decisi di spostarci, allontanandoci un po’ da tutta quella invadente e sempre
meno rispettosa folla.
Quasi al tramonto, ormai soddisfatti della giornata di mare, tornammo in camera, con l’idea di visitare per bene il centro storico.
Quasi al tramonto, ormai soddisfatti della giornata di mare, tornammo in camera, con l’idea di visitare per bene il centro storico.
In ogni via erano state affisse sui muri delle piastrelle dipinte a mano che rappresentavano o spiegavano il tema della strada o della zona in questione. In questo modo ci fu più facile capire la storia di quella città, la parte islamica, ebraica e cristiana, la loro fusione, i simboli, le tradizioni. Ci lasciammo guidare dalla città stessa, senza seguire un percorso preciso, il nostro obiettivo era vivere i vicoli più autentici, addentrarci nella loro realtà. Era un vero labirinto tra le case alte al massimo due piani, ogni tanto rivitalizzato da anziani seduti con le sedioline davanti alla porta delle loro abitazioni. C’era chi parlava sottovoce, chi in modo più animato, tutti in un dialetto o una lingua a me non comprensibile, difficile dire se siciliano stretto o arabo. Cercavamo di non disturbare e di non farci notare, volevamo rimanere spettatori silenziosi, fortunati di poter assistere a quelle dinamiche così naturali e spontanee.
A un certo punto passammo per una piccola piazzetta nella quale tre ragazzini stavano chiacchierando tra di loro, seduti su una panchina di cemento. Li superammo senza farci caso perché riconobbi la strada che stavamo per imboccare, l’avevo vista dipinta su una delle piastrelle decorate a mano, rappresentava una stretta scalinata e due archi in breve successione. Era il cuore pulsante della Kasbah, la via più antica, il centro di tutto.

Proseguimmo tranquillamente
per poter far qualche foto.
Ormai da molti minuti non avevamo più incrociato
nessun altro turista, eravamo solo noi in quelle caratteristiche strade.
Convinsi Laura a salire per delle scalette di una abitazione per fotografare la via con gli archi
da una prospettiva migliore. Eravamo tranquilli, sereni, ma tutto stava per
cambiare, tutto era silenzioso, troppo silenzioso, quasi inquietante. Eravamo in un punto imprecisato della città senza riferimenti.
I tre ragazzini, che avranno
avuto quattordici anni, ci osservavano all’inizio della via girando in cerchio
con le loro biciclette, come avvoltoi che planano sui corpi di animali destinati
a morte certa in mezzo al deserto. Laura iniziò a preoccuparsi, rallentando sempre più il passo per
non addentrarsi oltre in quelle strade. Mi chiese più volte sottovoce di
andare via da lì, cercai di tranquillizzarla e senza voltarmi dissi: “Non ti preoccupare, se non ti fai vedere
spaventata andrà tutto bene, tu stai tranquilla, basta che mi stai sempre
accanto. Tranquilla. Guarda che bella quella porta blu là in fondo, andiamo a
fare una foto e poi andiamo via. Promesso.”
Ci avvicinammo alla porta che avevamo visto da lontano, sopra la quale
c’era un piccolo balcone e un uomo affacciato, che ci guardava dall’alto, con
uno sguardo severo e impassibile. Fu lì che capii che quel silenzio stava celando qualcos'altro. Ma perché i ragazzi (che ormai era palese stessero facendo da palo) ci
avessero fatto passare non mi era chiaro, e ancor meno perchè stessero controllando gli ingressi o cosa stesse per succedere.
Improvvisamente sentimmo un
fischio provenire dalla via seguente e vedemmo un grosso cane correre in quella
direzione incarognito, abbaiando e ringhiando, subito dopo sentimmo rumori
convulsi come di due cani che si azzuffano e delle urla. Pensai immediatamente
che un randagio avesse attaccato il cane di un turista, ci avviammo in fretta all’incrocio
della via, ma lo spettacolo che si palesò davanti a noi fu di tutt’altro
genere.
C’era un ragazzo steso per terra che cercava di liberarsi, mentre altri
tre lo tenevano e lo riempivano di calci. Il cane, appena giunto da loro,
gli mordeva la gamba e cercava di strappargli i jeans. Cercai di fermare con il
braccio Laura, per evitare che vedesse quella scena, ma non feci in tempo.
Sbiancò. Il signore sul balcone gridò qualcosa ai ragazzini appena avevamo fatto i primi passi in quella direzione.
Ci voltammo per tornare indietro e avviarci all’uscita di
quelle strade. Laura partì con passo spedito, la fermai tenendole il braccio e
le sussurrai: “Con calma, Laura, mantieni la calma e non farti prendere dal panico.
Ci sono qua io, tranquilla, ma non farti vedere spaventata.”
Lo era, terrorizzata fino al midollo, tremava. Alzammo lo sguardo e vedemmo che a pochi metri da noi si stavano avvicinando i tre
ragazzini.
Uno di loro era salito dal
signore sul balcone, e ora era sceso con un grosso coltello da cucina, nero
come la pece, che teneva lungo la gamba, senza la minima preoccupazione di
nasconderlo, né di mostrarlo, camminando con disarmante nonchalance. Laura era impietrita.
Stava per bloccarsi, ma tenendola sempre per il braccio riuscii a farle
mantenere il mio passo, lento ma costante.
I ragazzetti avevano una camminata
ben più rapida e decisa della nostra, solo quello con il coltello ci guardava dritto
negli occhi con un ghigno beffardo. A pochi passi da noi, quando ormai ero
convinto che lo scontro sarebbe stato inevitabile, con tutti i muscoli pronti e in tensione, gli adolescenti si aprirono
per farci passare, senza rallentare, come se noi non ci fossimo,
come gli zombie del film “World War Z” fecero con Brad Pitt dopo che si era iniettato
le malattie, e proseguirono, come se noi non esistessimo, senza dire una parola.
Solo a quel punto accelerammo, senza mai correre, girammo due vicoli e ci trovammo di
colpo nella via principale, circondati da centinaia di persone, completamente
ignare di quello che stava accadendo a qualche metro da loro.
Laura era in
evidente stato di shock, quasi tremava, la pelle era gelida, i muscoli tesi e
induriti, stava per scoppiare a piangere. La strinsi tra le mie braccia: “è
tutto passato, tranquilla, è tutto finito.”
Cercai di distrarla facendola entrare in un negozietto di borse tipiche fatte in sughero. Mentre lei cercava di riprendersi, ancora visibilmente scossa, io colsi l’occasione e tornai indietro, passando da una via parallela, ma non c’era più nessuno in quel vicolo, erano tutti spariti, così tornai da Laura prima che si potesse accorgere della mia assenza. Continuava a preoccuparsi che qualcuno potesse seguirci e a chiedersi del perché i tre adolescenti non ci avessero fermato, né all’ingresso della via né all’uscita, facendoci passare senza alcuna intimidazione.
Cercai di distrarla facendola entrare in un negozietto di borse tipiche fatte in sughero. Mentre lei cercava di riprendersi, ancora visibilmente scossa, io colsi l’occasione e tornai indietro, passando da una via parallela, ma non c’era più nessuno in quel vicolo, erano tutti spariti, così tornai da Laura prima che si potesse accorgere della mia assenza. Continuava a preoccuparsi che qualcuno potesse seguirci e a chiedersi del perché i tre adolescenti non ci avessero fermato, né all’ingresso della via né all’uscita, facendoci passare senza alcuna intimidazione.
Non volevo tornare subito in camera, volevo far tranquillizzare
Laura facendola stare in mezzo a più persone possibile, poi, finalmente arrivò un
sorriso, quando la commessa del negozio di borse le chiese: “Signorina, da dove
viene?”
“Da Milano, e secondo lei, lui - indicando me - di dov’è?”
“Ah lui è sicuramente di queste parti, forse di Catania.”
Laura mi guardò stupefatta, poi si voltò verso la ragazza: “Scusi ma siete tutti sicuri che lui sia di qua, è già successo altrove, ma come fate a dirlo? Per la pelle abbronzata?”
“Da Milano, e secondo lei, lui - indicando me - di dov’è?”
“Ah lui è sicuramente di queste parti, forse di Catania.”
Laura mi guardò stupefatta, poi si voltò verso la ragazza: “Scusi ma siete tutti sicuri che lui sia di qua, è già successo altrove, ma come fate a dirlo? Per la pelle abbronzata?”
La commessa sorrise: “No no, per gli occhi e per lo sguardo. Lui - indicando sempre
me - non l’ho mai visto senza mascherina, ma il suo sguardo è tipico di queste
parti, non sembra un turista da come si muove. Se dovessi passare per strada penserei sia qualcuno che vive qui e che si è trasferito da poco al nord.”
In quel momento pensai: “E se fosse questo il motivo per cui i ragazzi poco fa non ci fecero nessuna intimidazione? Perché, forse, tra compaesani non serve.”
Ero confuso, ma guardai Laura e ridendo la presi in giro: “Non c’è niente da fare, è inutile che tenti di fare la meridionale, si vede lontano un chilometro che sei nordica!”
In quel momento pensai: “E se fosse questo il motivo per cui i ragazzi poco fa non ci fecero nessuna intimidazione? Perché, forse, tra compaesani non serve.”
Ero confuso, ma guardai Laura e ridendo la presi in giro: “Non c’è niente da fare, è inutile che tenti di fare la meridionale, si vede lontano un chilometro che sei nordica!”
La tensione calò rapidamente, come appena risvegliati da un incubo agghiacciante.
Tornammo in stanza, ogni tanto Laura si voltava per esser certa che nessuno ci seguisse. Ero certo che nessuno lo stesse facendo.
La mattina dopo ripensai all'accaduto, al fatto che avremmo dovuto avvisare la Polizia, ma lì, sul momento, fu l’unico pensiero che non mi sfiorò mai la mente. Né io, né Laura, pensammo di chiamare i Carabinieri o di chiedere aiuto alle persone che ci passavano accanto nella via principale o alla commessa del negozio. Non so se l’adrenalina, la paura, lo stato di shock, ma una volta al sicuro, non pensammo più a nient’altro.
I giorni seguenti ci tornò più volte
questo pensiero alla mente. Mi sentivo in colpa per non aver fatto la mia
parte, in quel momento ero preoccupato solo di mettere al riparo chi stava con
me, non curante che avrei potuto aiutare anche quel ragazzo in difficoltà. Come se il cervello mi si fosse annebbiato e il mio inconscio avesse voluto proteggermi tenendo lontani i pensieri di qualche sorta di reazione o di mia intromissione in quella faccenda. Ancora oggi mi sento in colpa per non essere intervenuto.
Decidemmo di non andare al mare, ma di dirigerci direttamente verso Trapani e poi Erice. Impostai il navigatore verso una pasticceria che aveva delle recensioni da paura, per fare la consueta scorta di viveri per tutto il giorno e partire.
La voce proveniente dalle casse dell’auto ci fece tagliare per il centro, quasi a volerci far dare l’ultimo saluto a quella città che tanto mi aveva affascinato e allo stesso tempo spaventato.
I vicoli si fecero sempre più stretti, fino a sbucare in una ampia
piazza. Titubante
seguii le indicazioni, e mi infilai nella via di fronte a noi. Riuscimmo a
fare qualche decina di metri, poi la strada virava leggermente a destra e lì
scoppiò il panico. Non potevo sterzare senza rischiare di graffiare la Fiesta
di Laura. Provai a tornare indietro, ma dovetti chiudere gli specchietti per non urtarli contro le pareti delle abitazioni. Se
guardavo dietro non vedevo se stavo graffiando il muso, se andavo avanti non
vedevo la situazione della fiancata. La strada era così stretta che Laura non
poteva nemmeno uscire dal finestrino per cercare di darmi indicazioni. Sudavo
freddo, grondavo. Non sapevo come venir fuori da quella strada, e più mi muovevo più peggioravo la situazione, come quando si cerca di sbrogliare una matassa di fili intrecciati tra di loro.
Di fronte a noi arrivò in bicicletta un grosso uomo di colore
e subito dopo una signora con delle buste della spesa.
Inizialmente il signore in bici pensò di girarsi e andarsene per un’altra via, ma poi, con un fortissimo accento siciliano, che ci lasciò straniti, disse: “Annanzi, veni annanzi (vieni avanti), ok stop, mo gira e arretra (vai indietro). No no no, fermati, non così!”
Inizialmente il signore in bici pensò di girarsi e andarsene per un’altra via, ma poi, con un fortissimo accento siciliano, che ci lasciò straniti, disse: “Annanzi, veni annanzi (vieni avanti), ok stop, mo gira e arretra (vai indietro). No no no, fermati, non così!”
Intervenne anche la signora: “Miii che
ci vuole, non ti preoccupare, cammina cammina che nesci (esci) in un attimo”.
Il signore di colore era più perplesso, e decisi di fidarmi decisamente più delle sue indicazioni. Continuavo a guardare Laura e a dirle: “Se te la graffio ti pago io il carrozziere, promesso, non so se riesco a uscirne illeso. Giuro che pago io, non uccidermi se graffio l'auto.”
Il signore di colore era più perplesso, e decisi di fidarmi decisamente più delle sue indicazioni. Continuavo a guardare Laura e a dirle: “Se te la graffio ti pago io il carrozziere, promesso, non so se riesco a uscirne illeso. Giuro che pago io, non uccidermi se graffio l'auto.”
Dovetti fare una trentina di manovre e ci misi quasi dieci minuti, ma alla fine, quando vidi spuntare dai finestrini posteriori l'ampia piazza da cui eravamo arrivati, capii che finalmente ce l'avevamo fatta. Eravamo usciti senza un graffio. La macchina di Laura era illesa, al contrario del mio sistema nervoso, debilitato e sfinito.
Fradicio di sudore ringraziai i signori che ci avevano aiutato, l’uomo montò sulla sua bicicletta, fece un cenno con la testa e andò via, la signora invece sorrise e mentre ci passava accanto disse: “Se non siete buoni di guidare, è inutile che vi infilate per le nostre strade!”
Fradicio di sudore ringraziai i signori che ci avevano aiutato, l’uomo montò sulla sua bicicletta, fece un cenno con la testa e andò via, la signora invece sorrise e mentre ci passava accanto disse: “Se non siete buoni di guidare, è inutile che vi infilate per le nostre strade!”
Voltandomi verso Laura dissi: “Senti, io mollo la macchina qui dove sono, e
in pasticceria ci vado a piedi!”
Lei scoppiò a ridere e rispose: “Sicuro? Secondo me se ci riprovi riesci a passarci questa volta! Perchè non ritenti?”
Lei scoppiò a ridere e rispose: “Sicuro? Secondo me se ci riprovi riesci a passarci questa volta! Perchè non ritenti?”
Lasciammo Mazara poco dopo, con lo stomaco chiuso e senza fame per lo stress patito.
Una delle città più belle e controverse che io
abbia mai visto, ma dovevamo scrollarci in fretta di dosso la tensione degli ultimi avvenimenti per tornare a goderci a pieno la bellezza del viaggio che stavamo facendo, senza che questo ci potesse influenzare negativamente.
Le prossime destinazioni avrebbero decisamente aiutato...
(a seguire: Capitolo 9 – Sale bianco, roccia grigia e mare verde)
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